- Elucubrazioni mentali tra moda e cultura del vino

Elucubrazioni mentali tra moda e cultura del vino

 

 

"Los libertadores no existen. Son los Pueblos quienes se liberan a sì mismos"

El Che (Guevara)

 

"Un pasto senza vino è come un giorno senza sole"

Jean Anthelma Brillant-Savarin



Premesso che sono, oggi, sempre più dichiaratamente esterofilo dopo esserlo stato, più o meno, inconsapevolmente per anni, vorrei tornare ad affrontare una questione che continua a starmi particolarmente a cuore e che prepotentemente mi prende ogni volta che rientro da una delle mie trasferte di lavoro a Parigi. La differenza tra cultura (vera) e moda (effimera) del vino. Non ho resistito dallo scrivere al riguardo già l'anno scorso e torno, ancora una volta, volentieri sull'argomento. C'è, innanzitutto, un passaggio storico che molti (per non dire tutti) continuano a dare per scontato, acquisito e superato, cioè quello del passaggio da vino alimento a vino-piacere che io, invece, non ho ancora digerito e non condivido. Se il riferimento è al vino come fonte di calorie a basso costo sono perfettamente d'accordo mentre comincio a perdermi quando si spinge troppo - enfatizzandola- sulla visione puramente edonistica del vino. Il vino è cibo e si rapporta inequivocabilmente col cibo. Da solo non esiste e non può esistere. Qualsiasi forma di degustazione è fine a se stessa. E può trasformarsi in arte solo quando si ha la capacità di immaginare, proporre e stabilire una possibile interazione con il cibo e la convivialità (precedere o seguire un pasto). Ritorniamo, ordunque, agli antipatici cugini d'Oltralpe. Sono sicuro che anche lì esistano vini da degustazione ed un affezionato corrispondente pubblico di estimatori, quello che però mi interessa è la quotidianità, quello che beve la gente "comune", in particolare a prescindere dall'età. I vini che si incontrano nei bistrot e nelle piccole enoteche di quartiere fino ai localini frequentati dai più giovani. Apprendimento possibile solo quando ci si cala nella realtà della vita francese evitando accuratamente itinerari e siti turistici. Archivierei in primis il discorso enoteche. In ogni quartiere ce n'è per tutti i gusti, da quella in franchising omnipresente alla classica enoteca gestita a conduzione familiare, passando attraverso piccole botteguccie che sopravvivono grazie a mini-selezioni scrupolosissime dove è possibile trovare anche bottiglie tra i 3.5 ed i cinque euro di impensabile ed inimmaginabile valore (ben al di là del semplice abusato rapporto qualità prezzo). Partirei, invece, proprio dalla "base anagrafica" per sviluppare il mio teorema prendendo in esame quei locali notturni affollati dai giovanissimi come i classici (disco-)bar per studenti. Non solo superalcolici, improbabili cocktails ed altre amenità. Il vino si ritaglia, da sempre, la sua, anche se piccola, parte. Non troverete una canonica "carta des vins"  ma neanche la banalità assoluta del "bianco o rosso". Semmai una lavagnetta con poco più che un semplice riferimento all'appellation (denominazione di origine), nulla più. Qui in Francia basta perchè i riferimenti territoriali hanno ancora un valore: Sancerre, Beaujolais, Chinon, Broully, Cote du Rhone, Bourgogne, Bordeux e, nel solo caso dell'Alsazia, l'esplicitazione del vitigno. La gente sa cosa aspettarsi da queste generiche indicazioni e raramente viene delusa. Come se entrassimo in un (disco-)bar italiano ed ecco comparire tra le opzioni da bere, chessò, i nostri amati Taurasi, Barbaresco, Chianti. Qualcuno mi obietterà una certa approssimazione aggravata dalla mancanza di un riferimento al produttore e dell'annata. Non posso che rispondere a costoro di provare ad entrare in un locale del genere d'Italia per rendersi conto di quali porcherie si nutrono e bevono i ragazzi. Sono sicuro che, a questo punto, l'obiettore di cui sopra mi contesterà che il vino non è prodotto da (disco-)bar... Passiamo, infine, al bistrot che si trova sullo stesso gradino della "brasserie" ma che per tipologia, dal punto di vista dell'offerta di cibo e di vino, con essa spesso si confonde. Può paragonarsi, a sua volta e per certi aspetti, sia al nostro wine bar (in Francia ci sono anche i "bar a vin" che alla fine risultano assimilabili a dei bistrot...) che alle nostre trattorie/osterie quanto ad utenza con differenze quantitative e qualitative talvolta rilevanti ma con linee di confine spesso impercettibili. Alle carte fotocopia con decine e decine di referenze senz'anima (e dai costi di gestione elevati con ricarichi spregiudicati consequenziali) i francesi preferiscono selezioni minimaliste molto spesso pescando vere e proprie chicche che si rivelano molto più che interessanti. Dai "vins de vignerons" (vini di piccoli vignaioli indipendenti) a quelli di grandi cooperative affidabili e  competitive, uno sfuso sempre più che dignitoso e la possibilità  di vino al bicchiere, quartini (25 cl) e mezzine (demi) attingendo a molte, talvolta tutte, le etichette a disposizione. Risultato: cliente contento ma contento anche chi vende e vuole ottenere al di là del puro guadagno una rotazione soddisfacente delle proprie scorte di cantina  Lezione: non c'è bisogno di carte enciclopediche per stupire (e che più spesso finiscono per confondere) il cliente. Piccolo è bello soprattutto se i contenuti qualitativi ed i prezzi sono quelli giusti, quando si ha la possibilità di poter offrire tutta una serie di servizi aggiuntivi, supplementari e complementari. Ecco che tutti chiedono e bevono vino, tutti si approcciano al vino senza imbarazzo o timore reverenziale, senza doversi preoccupare più di tanto del proprio portafoglio. Fin da giovanissimi si educano, sorta di autodidatti, alla conoscenza e pratica del vino. Non sono e non saranno mai, probabilmente, dei grandi esperti ma hanno una conoscenza "di base" quindi - e qui veniamo al punto- una cultura del vino che può definirsi tale. Una diffusione capillare che coinvolge partendo dalla base. Chiamatela o pensatela una scuola dell'obbligo se vi pare. Il vino in Italia continua, invece, ad essere relegato e visto come un prodotto d'elite, per chi attende ai corsi di degustazione ed ha il portafoglio gonfio (un prototipo di cui la parodia di Albanese-sommellier ne rappresenta segnale tangibile ed inequivocabile). Tutti gli altri al supermercato a bere vino in brick (statistiche alla mano) e quando, raramente, escono preferiscono rifuguarsi su birra, acqua o altro, ancora peggio. Il vino da noi è di moda e fa tendenza, è "trendy", mio dio... La cultura è ben altra cosa!

 

Fabio Cimmino

 

16:37 - Oct. 5, 2007 - Invia un commento

Commento senza titolo

Il tuo discorso, Fabio, si inserisce in un problema ben più grande, perché da diversi anni a questa parte l'Italia sta finendo per perdere ogni capacità di offrire un servizio "alla pari" tra i vari strati sociali, in ogni ambito (pensa soprattutto a quelli che da decenni, praticamente dall'inizio della Repubblica erano i baluardi del fronte pubblico: scuola, sanità e così via).
Detto ciò, è inevitabile che un prodotto come il vino finisca per essere solo alla portata di pochi.
Mangiar sano e bene oggi costa un occhio della testa per chi non abbia per conto suo un pezzetto di terra e un cortile con qualche animaletto...
A maggior ragione la situazione si complica se si vuole bere bene.
Il problema è sociale e politico, prima ancora che economico (che poi a guardar bene, oggi la rete è così tanto complessa che si fa fatica a distinguere le rispettive aree).

Anonymous - 11:12 - Oct. 5, 2007

Commento senza titolo

ero Luigi, mi è sfuggito il nome...

Anonymous - 11:13 - Oct. 5, 2007

Non sono d'accordo...

...Luigi, il problema è culturale. Chi ha detto che per bere bene bisogna spendere tanti soldi? Carrozzo, Collestefano, Ippolito e via via ne sono il tangibile esempio. I consumatori sono vittime di un “sistema”, ma soprattutto degli enotecari ( e mi riesce difficile definirli tali) e dei ristoratori che non hanno, e forse mai avranno, la cultura e lo spirito critico per andare al di là dei "nomi" da guida, saggiare i vini e proporli...raccontandoli.
La differenza, appunto, tra cultura e moda.
Mauro.

viafreud33 - 11:31 - Oct. 5, 2007

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Forse abbiamo affrontato l'argomento da due prospettive diverse, ma che a ben vedere finisco per andare a cozzare contro lo stesso punto: una sofferenza totale dell'Italia, schiacciata, come diceva Battiato in un pezzo di qualche anno fa, " dagli abusi di potere".
Proprio per questo non bisogna smettere di lottare, ma le cose da cambiare sono ahimé tantissime...

Anonymous - 19:36 - Oct. 5, 2007

Commento senza titolo

Poi va da sé, caro Mauro, che esistono, vivaddio!, dei vini ottimi o addirittura grandi a prezzi accessibili. Penso sempre alla coda di volpe di Troisi, qualche giorno fa oggetto di recensione da parte di Fabio, come i suoi stessi greco e fiano. Tu ne citi altri ancora e ce ne sono tantissimi comunque. Lo sconforto semmai viene sempre nell'osservare l'abbandono a cui vanno soggetti i cittadini, in ogni campo, e tanto più quanto c'è da considerarli "consumatori".
Visto che si parlava della Francia, vedi non solo come loro riescono ad attivare una "cultura" del vino. Io guaderei anche al modo in cui "credono" nella cultura prodotta dalla loro terra in ogni sfera: cinema, letteratura, arte. Voglio dire: esiste uno Stato dietro che non lascia le cose in balia di 4 speculatori da strapazzo (ora non vorrei tessere lodi sperticate alla Francia, perché l'Occidente è sempre viziato dai grandi oltraggi che continuamente perpetra ai danni di Paesi che così ricchi e potenti non sono...), mentre noi ormai soffriamo di un'anomalia politica (e quindi, di conseguenza: sociale, economica, culturale e così via) che ingessa tutto e libera le mani anche a chi alcune cose le comunica (a modo suo) o a chi pensa solo a far soldi senza preoccuparsi minimamente di promuovere qualcosa che vada al di là.
Non so se sono riuscito a spiegarmi.

Anonymous - 09:40 - Oct. 6, 2007

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Molto bella questa riflessione su un diverso approccio culturale.Comdivido il pensiero di Mauro: qualcosa sta cambiando e - checchè se ne dica - il mondo dei blog contribuisce forse a una ricerca più autentica dei vini non eccessivamente costosi o blasonati. Contribuisce senz'altro alla circolarità dell'informazione e alla condivisione di nuovi significati. Dico nuovi, ma forse sono quelli che dovrebbero recuperare una antica autenticità.
Ci sono vini accessibili ( di prezzo) ma anche di beva, piccoli produttori entusiasti ed onesti. Accanto ad un sistema che ha prodotto - a mio parere - vere e proprie bolle speculative sul prodotto vino, associandolo al lusso, all'immagine di precisi strati sociali. Di per sè, nulla in contrario: esistono vini costosi, ristoranti costosi che qualcuno si può ben permettere. Il problema è quando il significato si allarga a un sistema di pensiero collettivo.
Le cose stanno cambiando, anche perchè, volenti o nolenti, accanto ai molto abbienti ci sono persone - e molte - a reddito fisso. In Germania, mi dicono si fa già fatica a piazzare il vino italiano che costi più di 3 euro a bottiglia....
Un saluto,
M.Grazia

Anonymous - 13:30 - Oct. 10, 2007

da winenews...

10 Ottobre 2007
SALONE DEL VINO (TORINO, 26/29 OTTOBRE) - LE CARTE DEI VINI DEI RISTORANTI ITALIANI SI METTONO A DIETA: MENO ETICHETTE E PIÙ ATTENZIONE AL TERRITORIO. LE NUOVE TENDENZE DEL BERE FUORI CASA
Enciclopediche, ridondanti, eccessive: le carte dei vini dei ristoranti italiani hanno dec...


10 Ottobre 2007
TROPPI VINI DISORIENTANO I CONSUMATORI: LO AFFERMA UNA RICERCA SVOLTA DALL'AZIENDA RUFFINO INSIEME ALL'ISTITUTO ASTRA. NO ANCHE AI PREZZI ESTREMI: SCARSA FIDUCIA SE SONO ECCESSIVAMENTE ALTI O BASSI
Il 78% di chi beve vino in Italia e l'83% di chi lo acquista si lamenta che l'offerta di etichette s

Anonymous - 18:50 - Oct. 10, 2007

Il mondo è vario e complesso

Bello parlare di certi argomenti, anche se a mia esperienza personale la Francia non è tutta uguale. Parigi è un caso a sé, come lo sono le grandi città, mentre la Normandie è estremamente diversa dal Perigord. Intendo dire come gente e come locali, come cultura e come abitudini. Ho mangiato e bevuto un po' ovunque in Francia e ho visto molti estremi assai simili ai nostri. Molto dipende dalla ricchezza delle zone e dalla loro popolarità turistica e non solo. E' sempre il denaro a determinare le differenze e le scelte. E' vero che ci sono ottimi vini di piccoli produttori (che quindi possono bere in pochi), ma ci sono anche vini eccellenti che possono bere ancora in meno a causa del prezzo elevato. Un Barolo o un Barbaresco di Bruno Giacosa (che non è il più caro) sono quasi sempre esemplari affascinanti e inimitabili, ma sotto i 50 euro non si acquistano (in enoteca). Ma non si può pretendere neanche che costino meno, perché parliamo del meglio disponibile, che è assai meno costoso del meglio francese.
Sulla cultura che non c'è sono d'accordo, ma questo non è un fenomeno legato solo al vino ma assolutamente generalizzabile. Rimanendo in tema enogastronomico, si mangia e si beve spesso male non per i soldi ma perché c'è ancora tanta gente che non ha un reale interesse né la sensibilità, né il palato per emozionarsi di fronte ad un bel piatto o ad un ottimo vino. E questo è un problema assai difficile da migliorare, se continuiamo a nutrirci di porcate televisive, pubblicità ecc.
Mia figlia mangia molte più merendine che dolci in pasticceria, pur avendola sotto casa. E non è che io l'ho educata a comportarsi così. Non le interessa semplicemente, perché il suo gusto è abituato a questo e non intende cambiarlo.

RoVino - 15:46 - Oct. 12, 2007

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