e-book, ovvero il libro nell'epoca della sua riproducibilità informatica

Inviato in Lettere




Questa rubrica vuole parlare di libri, di letture, di “lettere”? Do quasi per scontato che il supporto di queste letture sia per lo più cartaceo. Il che è un evidente paradosso, considerato che non sto scrivendo, nel senso di imprimere inchiostro su di un foglio bianco, ma sto digitando, nel senso di colpire con le dita dei pulsanti con su già disegnate delle lettere.

È vero, potrei poi in una fase successiva rendere cartaceo quello che è nato per non esserlo, almeno non inizialmente; potrei farne una stampa, una copia. Non sarà mai quindi un documento cartaceo originale. Solo qualcosa di immateriale che si concretizza in un foglio - di norma A4.

 

Mi perdo in queste riflessioni perché di recente leggevo delle svolte tecnologiche in ambito editoriale. Pare esistano infatti degli e-book che si leggono attraverso appositi dispositivi informatici detti, appunto, e-book reader. Non sono semplici file scaricabili sul proprio pc, dunque in quell’orribile formato da “pagina word” che puoi solo scorrere con lo scroll. Il formato del libro cartaceo, e la fruibilità ad esso connesso, sono perfettamente riprodotti. Il libro può infatti essere sfogliato, sottolineato, si possono aggiungere delle note, inserire un segnalibro. E in più si possono fare cose che col libro normale non è possibile fare: si possono ingrandire i caratteri, e si possono indicizzare i testi, il che consente notevoli vantaggi in ambito di consultazione e ricerca (specie dunque se si tratta di saggistica).

 

Siamo dinnanzi all’ennesima simulazione del reale attraverso la mediazione di un computer.

 

Sono sicura che la cosa avrebbe fatto inorridire, che so, un Jean Baudrillard, e perlomeno di primo acchito fa inorridire anche me.

Tra i vantaggi evidenziati da chi supporta questi nuovi dispositivi di lettura c’è che il libro in questo modo non è soggetto all’usura del tempo. Ma chi ha detto che le cose sono fatte per essere immortali? Un oggetto, così come un essere vivente, per quanto mi riguarda, acquisisce fascino anche in base alla sua fragilità, alla sua caducità (avete presente il classico esempio della rosa, no?). La pagina ingiallita, il libro “violentato” di annotazioni, sottolineature, assume una vita propria, una vita insufflatagli dal suo lettore. Il libro ne diventa così un’estensione, una vera e propria “protesi” dalla quale, specie se il libro è stato di tuo gradimento, non hai più voglia di staccarti. Cosa me ne dovrei fare di un dispositivo che archivia libri come il database di un computer, considerato che, a quanto pare, esso può contenere fino a 150.000 pagine di testo? Che fine fa il concetto di libreria, di scaffali, in cui sono riposte file e file di libri, la tua collezione, tuo personale orgoglio, tua voce in tua vece, quando un ospite ti viene a trovare e gli basta scorrere un po’ di titoli e dedurre, almeno in parte, dalle tue letture che tipo potresti essere?

Continuano ad essere sottolineati i vantaggi dell’e-book reader. Tali dispositivi contengono dizionari aggiornati (ed aggiornabili, suppongo, considerato che spesso incorporano anche una connessione ad internet) che consentono il chiarimento dei termini non noti al lettore. Ce n’era bisogno? Il lettore del testo cartaceo normalmente come avrebbe fatto? Avrebbe consultato un dizionario, altrettanto cartaceo (ma ormai disponibile anche in cd-rom). E, nel caso di saggi specifici di un settore, come immagino ci si riferisca qui, avrebbe fatto delle ricerche. Certo, richiede più tempo, ma ad un lettore che abbia veramente voglia di leggere, di “studiare” nel senso latino del termine, teoricamente non dovrebbe pesare questa operazione.

La tecnologia, dove può, deve sostituirsi con prepotenza all’uomo, gli deve semplificare la vita, gli deve rendere tutto immediatamente accessibile e questo non sempre riesco a concepirlo come un bene. Trasforma gli esseri umani in passività ambulanti che assorbono tutti i benefici che la tecnologia gli vuole donare. In questo caso, a prezzi anche (relativamente!) contenuti: un e-book reader avrà un prezzo che si aggira tra i 300 fino ai 1000 euro, nel caso di apparecchi più sofisticati. Chiamatemi romantica, nostalgica, con la testa sempre rivolta al passato e quasi mai avanti ma proprio non riesco a digerirlo.

Riflessioni sui vantaggi di questi diabolici dispositivi, il cui peso si aggira tra i 400 e i 600 grammi, a me suonano come minacce; per esempio, i concetti di ristampa, esaurito, fuori commercio, non hanno più senso. L’e-book, una volta pubblicato, sarà eternamente disponibile nel database del server degli editori e delle librerie che ne acquistano i diritti. Non metto in dubbio la comodità di avere un testo reperibile per sempre, la più facile accessibilità ad esso da parte di tutti. Ma è bello pensare di avere un libro che solo un numero limitato di persone al mondo ha nell’edizione che ho io. E poi le ristampe servono a questo…e così le buone biblioteche, anche statali, che avranno sicuramente almeno una copia del libro che state cercando.

 

Sicuramente, il reale vantaggio è di tipo ecologico: niente più carta, niente più alberi da abbattere.

Inoltre, l’assenza di costi di stampa e la riduzione delle spese di distribuzione rende possibile all’editore corrispondere agli autori diritti maggiori rispetto a quelli all’editoria cartacea, e di abbassare notevolmente i prezzi.

Sistemi molto avanzati di codifica dei file dei libri elettronici, poi, rendono molto difficile ogni forma di “pirateria editoriale”. Il contenuto degli e-book può essere criptato e, una volta scaricato, non è possibile copiarlo su altri dispositivi né stamparlo. Al momento dell’acquisto si ottiene una chiave software personalizzata che consente di aprire il file e che funziona solo su un particolare e-book reader.

Vada per la lotta alla pirateria…ma questo comporta anche, paradossalmente, restrizioni maggiori rispetto al libro tradizionale: un e-book non si può prestare né leggere prima di regalarlo.

 

Resto perplessa…

 

Lettura consigliata: Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (e la bellissima trasposizione cinematografica di Truffaut del 1966)


Bruna Fedele

09:41 - Sep. 13, 2007 - commenti {6} - Invia un commento

Isole Comunicanti

Inviato in Lettere


In questo nuovo post, mia “Lettera” senza un particolare destinatario, vi propongo un percorso letterario di altrettante lettere senza destinatario.

Non voglio certo fingere di esserci arrivata da sola, a questi collegamenti. Lo spunto mi viene dalla lettura di un breve saggio di un critico francese, Maurice Couturier, scritto negli anni ’80, e contenuto in una raccolta che si pone come obiettivo quello di indagare sulle forme di espressione letteraria della narrativa angloamericana degli anni ’60, quella narrativa che i critici amano definire, con tutti i pericoli e le ambiguità che questo può comportare, postmoderna.

Nell’era tanto attuale dell’imperialismo mediatico, i mezzi di comunicazione a nostra disposizione ci illudono sulla possibilità di una comunicazione facile, istantanea, mentre il risultato spesso non è che un maggiore stato di isolamento dell’uomo contemporaneo.

 

Isolamento eccessivo può voler significare alienazione. Ma l’uomo è un animale sociale, vocato all’interazione coi suoi simili.

 

È proprio questa condizione di alienato, di emarginato che spinge Jane, versione postmoderna della megera matrigna della classica favola di Biancaneve, ad inviare lettere minatorie a persone pescate a caso dall’elenco telefonico, in quel piccolo capolavoro del 1967 che è Biancaneve, appunto, di Donald Barthelme (e di cui mi riservo di parlare più nello specifico prossimamente su questi schermi). Lettere maligne che mirano a mettere in crisi l’identità di chi le riceve, tanto più che non hanno mittente, quindi non c’è possibilità di difendersi rispondendo. Una comunicazione a senso unico, (come quella delle pubblicità, mi viene da pensare).

 

Ma una comunicazione a senso unico può essere una vera e propria comunicazione?

 

Curiosamente, qualcosa di analogo accadeva già nel 1898 nel riuscitissimo romanzetto di Henry James, Giro di Vite. Uno dei piccoli protagonisti, Miles, “segregato” con la sorellina nella grande dimora dello zio dalla governante, in fondo col fine di proteggerli dalle angherie del mondo esterno, è indotto dal suo stato di isolamento forzato a rubare lettere a lui non indirizzate, nel disperato tentativo di interagire con “l’Altro”, con quel mondo esterno da cui le lettere provengono.

Torniamo di nuovo negli anni ’60, precisamente nel ’66, e troviamo un altro caso esemplare. Mi riferisco a L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon. Anche questa storia ha a che fare con delle lettere, anzi, il pretesto da cui prende forma la narrazione è proprio una lettera che la protagonista, Oedipa, riceve, inviatale da un avvocato e in cui viene informata di essere diventata esecutrice testamentaria dei beni di un suo vecchio amore, Pierce Inverarity.

La lettera è quindi solo formalmente inviata dall’avvocato, che funge da tramite tra Oedipa ed il vero mittente, l’uomo defunto.

Il tentativo di comunicazione avviene addirittura tra due mondi diversi, quello dei vivi cui Oedipa appartiene e quello dei morti. C’è quindi un considerevole gap tra il momento in cui viene scritta la lettera e quello in cui essa viene ricevuta e letta. Qui ci viene in soccorso John Barth che nel suo romanzo del ’79 intitolato, guarda caso, Letters, dice: “Ogni lettera ha due tempi, quello della sua scrittura e quello della sua lettura, i quali possono essere separati a tal punto, anche quando il postino fa il suo lavoro, che permarrà molto poco di quello che lo scrittore ha scritto quando il lettore leggerà.” (traduzione mia, chiedo venia se è poco scorrevole).

La lettera che Oedipa riceve dal mondo dei morti le scombina a tal punto la vita da mollare marito e casa per partire per un’avventura inimmaginata quanto inimmaginabile; tutta la vicenda ruota attorno alla presunta scoperta di un sistema segreto postale parallelo e alternativo a quello ufficiale statunitense. Questo vorrà pur dire qualcosa…

Da quel momento assumerà un’ottica totalmente diversa nei confronti del mondo che ci spacciano per reale. Un’ottica quanto più frammentaria quanto più paranoica, perché la paranoia sembra l’unico modo possibile di ricollegare pezzi altrimenti isolati l’uno dall’altro. È lo stesso meccanismo di cui rimane vittima la governante di Giro di vite che, dal momento in cui avverte nella grande dimora la presenza fantasmagorica del precedente governante, cade in profonda paranoia, intrappolata nel suo microcosmo deformato e che riesce a deformare anche la tranquillità dei due bambini che le erano appunto stati affidati dal  loro zio. E anche qui c’è lo zampino di una lettera: quella ricevuta dalla scuola di Miles, rigiratale dallo zio troppo impegnato nei suoi affari di lavoro per potersi occupare direttamente dei nipoti, facendola sentire totalmente responsabile. E più responsabilità equivale a maggiore ansia, maggior paranoia. Sia per lei che per Oedipa che addirittura arriva a pensare di avere una responsabilità fortissima non nei confronti delle ultime volontà di un amore ormai passato, ma dell’America intera. Cito da L’Incanto del Lotto 49:


Oedipa si era dedicata, settimane e settimane fa, a dare un senso al lascito di Inverarity e mai aveva sospettato che quell'eredità si chiamava America. 

 

Cosa sono allora le lettere? L’anello di congiunzione tra due persone, due mondi; in ogni caso due “isole” che tentano invano di mettersi in comunicazione, di perforare una volta per tutte quella coltre di alienazione che le circonda. E non a caso Pierce, to pierce, in inglese, vuol dire proprio perforare, non senza una connotazione dolorosa.

 

Dove volevo arrivare?

Forse è il caldo, forse ho solo vaneggiato. Ma stavolta mi nasconderò dietro la scusa postmoderna secondo cui ogni discorso è arbitrario e, in virtù di questo, parimenti valido…

 

Letture consigliate:

 

Henry James: Giro di vite ( quella di Einaudi, 2005, è l’edizione più recente)

(qui consiglio anche una visione: Suspense (titolo originale, più significativo, The Innocents) di Jack Clayton, del ’61, trasposizione cinematografica del libro di James)

 

Donald Barthelme: Biancaneve (che la Minimum Fax ha egregiamente riportato alla luce qualche mese fa, dopo almeno 30 anni di assenza ingiustificata dagli scaffali delle nostre librerie)

 

Thomas Pynchon: L’incanto del lotto 49 (che Einaudi ha ripubblicato nel 2005; nel ’98 era uscito per E/O)

 

Bruna Fedele 

20:41 - Jul. 23, 2007 - commenti {0} - Invia un commento

Crumb

Inviato in Lettere

 

Non so quanto possa valere parlare di un artista senza mai averne letto, visto, ascoltato qualcosa. È come, che so, parlare dei Pink Floyd e non avere la più pallida idea di come suoni The Dark Side of the Moon. Eppure capita spesso, e per diverse ragioni, non ultima la difficile reperibilità delle opere dell’artista in questione. D’altronde ci si auspica che qualsiasi input ricevuto dall’esterno si trasformi in un’attiva ricerca per approfondire quanto si è solo sentito dire.

 

Da qualche parte si dovrà pur cominciare…

 

…E così mi ritrovo, per vie oblique, a parlare di Robert Crumb, fumettista statunitense attivo dagli anni ’60 e attualmente residente in Francia, di cui conosco a malapena i nomi di alcuni lavori: Mr. Natural, Fritz il Gatto.

A volte tracciare a ritroso il percorso che ci ha condotti alla conoscenza di qualcosa di nuovo può essere strano, ma mai privo di fascino. Qui parlo di Crumb attraverso il filtro di un film documentario del 1994 diretto dal regista Terry Zwigoff.

 

Facciamo due passi indietro: chi è Terry Zwigoff? Regista indipendente poco seguito, qualcuno forse lo ricorderà per Babbo Bastardo, del 2003 (o almeno, l’impressione che ho io è che con questo titolo ci abbiano più volte bombardato negli spazi televisivi dedicati ai trailer cinematografici). Ancor prima, nel 2001, era uscito Ghost World, trasposizione cinematografica di una graphic novel degna di nota firmata Daniel Clowes, che si era infatti anche occupato della sceneggiatura.

 

E dunque. Graphic novels e fumetti in serie; Daniel Clowes e Robert Crumb. Tutto torna: Zwigoff, amante dell’arte fumettistica decide di girare un documentario sull’amico (e con l’amico) Robert. Una fatica che vide la luce sei anni dopo la sua progettazione.

Ne emerge il ritratto di un uomo, in seguito alla scoperta del quale non puoi fare altro che girare come un pazzo per il web come Dedalo nel suo stesso labirinto, perché vorresti saperne di più, vorresti poter leggere i fumetti di questo baffuto signore sempre col sorriso sulle labbra, quei sorrisi tutt’altro che indicatori facciali di serenità, perché la maggior parte delle volte celano piuttosto una infinita tristezza e un profondo senso di disadattamento (I decided to reject society when society decided to reject me, dichiara in uno dei suoi lavori adolescenziali Crumb, quando ancora la fama non l’aveva raggiunto.) Tutto questo traspare dai suoi fumetti (da quello che ho potuto, stoppando frame dopo frame, leggere, considerato che Crumb si sofferma a mostrare e commentare alcune delle sue tavole). Un rapporto disastroso col sesso opposto e col sesso in generale, le donne rese come mostri dalle gambe sproporzionate rispetto al resto del corpo (qualche critico X nel documentario lo definisce “il Goya dei fumetti”), antropomorfe dalla testa di uccello (rapace?).

 

 

Un’anima profondamente disturbata, e questo sembra essere il tratto inconfondibile della famiglia Crumb. Perché il documentario ci presenta anche i suoi due fratelli (Robert ha anche due sorelle, ma queste ultime si sono rifiutate di rilasciare interviste. Forse, loro, con tutto quell’estro artistico e quell’infinita malinconia che ne consegue, o che anzi ne è l’origine, non volevano avere più nulla a che fare?).

Gli altri due fratelli, Charles e Maxon, sono altrettante figure cariche di fascino. Specie il primo, talentuoso fumettista almeno quanto il fratello, che però a differenza sua non ha mai visto la fama. È forse questo il motivo della sua depressione, un tormento che gli leggi chiaro in quegli occhi sfuggenti e colmi di tristezza, e che lo ha portato al suicidio un anno dopo la fine di questo documentario che, lo ripeto, ha visto la luce molto faticosamente.

Con Crumb, Terry Zwigoff fa luce sul buio, il buio interiore di tre fratelli, tre anime dissociate, unite da nient’altro che un amore puro per l’Arte, nel senso più universale del termine.

 

Ho un bisogno smodato di leggere Robert Crumb, di sentirmi più vicina a lui, e di capire meglio, attraverso le sue pagine intrise di autobiografismo, il dolore di suo fratello Charles.

 

Due chicche:

 La colonna sonora del documentario è tutta composta da rag times selezionati personalmente da Crumb dalla sua sterminata – ed invidiabilissima – collezione di vinili.

 Il film è presentato da David Lynch. Bello vedere come le proprie passioni, anche quelle apparentemente più lontane le une dalle altre, combacino perfettamente come tessere di un puzzle che forse, un giorno, cesserà di essere frammentario.

 

Bruna Fedele

 

13:11 - Jul. 4, 2007 - commenti {0} - Invia un commento

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