Vino dei blogger # 10: Il Resoconto

 

 

Vi avevamo chiesto qui di parlare di un vino che potesse indossare la maglia numero dieci: quella per cui genio e sregolatezza rappresentano innate caratteristiche. Piccole vigne, grandi vini, "la meta e allo stesso tempo il punto di partenza da cui ricominciare".

Ecco oggi il resoconto di questo capitolo del vino dei blogger.

Fradefra  dedica il post ad una persona per lui speciale, Gianluigi Orsini, e alla sua Barbera la Bimba.

M.Grazia di Soavemente ci narra una storia fascinosa, raccontandoci splendidamente il Sacripante 2006 dell´Az. Agricola Battistelle.

Luca Risso associa il tema ad una Granaccia in purezza di Innocenzo Turco.

Marco Loste ci regala le splendide parole di un piccolo produttore marchigiano: "Noi siamo strumenti della nostra terra".

Marco di Imbottigliato all´origine riesce a salire sulla macchina in corsa e ci parla della Rocca Barbera 2004, mentre i ragazzi di Sorsetti partecipano in via anomala, tramite commento.

Luciano Pignataro, cui va il merito di aver organizzato con Fabio Cimmino la manifestazione che ha ispirato questo capitolo del vino dei blogger, "Grandi Vini da piccole vigne" , ci racconta la Falanghina dei Fratelli Di Criscio, esempio vivo di "come spesso sia più importante fare bene le cose semplici anziché scalare il cielo con altre inutili e complesse".

E mentre Giacinto del maiale ubriaco ci ha offerto appunti di una bevuta di un aglianico "che più schietto non si potrebbe", Mauro ci ha parlato del Fiano di Avellino di Guido Marsella 2005.

Siamo in dirittura d´arrivo: Brunello Soldera Case Basse per Andrea Gori, che si becca  il testimone per la nuova puntata del vino dei blogger, quella di ottobre.

Grazie a tutti quelli che hanno partecipato e arrivederci alla prossima tappa: il testimone gira, il vino scende giù.

 

Roberto Erro

16:22 - Sep. 26, 2007 - commenti {0} - Invia un commento

Vino dei blogger # 10, Grandi vini da piccole vigne: Fiano di Avellino Guido Marsella 2005

 

 

“…La sensazione che il vino si opponga costituzionalmente, e che sempre più debba opporsi, al consumismo, all’industrializzazione, alla pianificazione ecc.”

Mario Soldati, Vino al Vino, Autunno 1968, ed. Mondadori

 

Potevo avercela con loro? Tutto il mondo funziona ormai così: il mercato è tutto quel che conta, la sola moralità è quella del profitto e ognuno arranca come può per sopravvivere in questa giungla. Al momento pare impossibile cambiare alcunché. Posso solo dire che non mi piace.”

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, ed. Longanesi & C.

 

 

 Questo vino scarta di lato.

Alla fine, quando credi di averlo inquadrato, in un certo senso capito, ti trovi ad aprirne una bottiglia e lui, quasi divertito, ti racconta qualcosa di nuovo, spiazzandoti. Un vero numero dieci. Gli hai preso le misure, sai come si muoverà, conosci gli effluvi sinuosi che si insinuano nelle tue narici, ne conosci l’incedere, il passo successivo quale sarà, cerchi di precederlo credendo di sapere dove ti porterà, poi, quello scarto di lato.

È per questo che reputo il Fiano di Avellino uno dei più grandi vini bianchi italiani, così ricco e variegato il panorama di aziende che lo producono avendo la capacità di raccontare piccole pieghe del terreno, cru, come si suol dire. È per questo che reputo giusto che prima o poi, qualcuno si adoperi per una vera e propria mappatura particolareggiata dei terreni. Saggiate se ne avrete modo i Fiano di Gaita, Picariello, Vadiaperti, I Favati, Clelia Romano, Pietracupa, Marsella ovviamente e gli altri che per dimenticanza non cito. Vi assicuro, che la teoria del minimo comun denominatore, in questo caso, non può non essere che azzeccatissima. Tante le sfumature, e così diverse. Quando questi piccoli vignaioli avranno avuto il tempo necessario per imparare a controllar meglio gli eccessi di esuberanza, sapendo donare a questi vini la profondità per resistere meglio nel tempo, allora ci troveremo sicuramente dinnanzi ad un bianco di stazza internazionale.  

La prima volta che decisi di stappare questo vino prodotto a Summonte in provincia di Avellino, fu dopo aver letto uno scritto che lo riguardava che quasi mi commosse. Pensai che era giunta l’ora. Il fiano di Marsella è un mito ed allo stesso tempo un fantasma. Se ne parla tanto, un passa parola che esula dalle guide, in cui di questo vino non si è mai trovata alcuna traccia, tranne ultimi ravvedimenti di quella de L’espresso. Molti lo eleggono come indiscusso numero uno della denominazione, ma la difficoltà di reperirlo per il numero esiguo della produzione e per la scelta del produttore di affidarsi a suo tempo ad un unico distributore in Campania, ha sicuramente acuito il fascino che avvolge la bottiglia ed aleggia intorno al nome di Guido Marsella. Mio fratello aspettava con ansia. Era il suo primo Fiano targato Marsella. Decisi di rendere probante la prova. Volevo che avesse la possibilità di farsene un’idea avendo come parametri di riferimento due dame di indiscussa grazia, che aveva già assaggiato e trovato sublimi. Così in un sereno pranzo domenicale stappai i Fiano di Avellino pari annata di quel contadino vero, schivo, furbo e tanto buono da esser sempre pronto al sorriso che si chiama Ciro Picariello, e di quel fanciullo matto e bevitore, il cui vino non so se definire opera di alto artigianato o d’arte vera e propria che risponde al nome di Antoine Gaita. La prova che diede fu esaltante. Era il classico Marsella, Fiano in assoluta purezza, carico e concentrato - anche se non possiamo parlare di una vendemmia tardiva, la raccolta delle uve è quanto meno ritardata fino al momento in cui vi è la piena maturazione – nei suoi profumi e sapori floreali, nei suoi odori e aromi di frutta con accenni anche esotici, con in evidenza i tratti peculiari della varietà che si esprimevano nitidamente: i classici sentori di nocciola talmente tostata da far pensare ad un affinamento in legno, e le note grasse ed opulente tipiche del terroir di Summonte.  E nonostante l’alcool viaggiasse sopra i 14 gradi, un equilibrio ed una grazia fuori dal comune.

 

Successivamente, assaggiato svariate volte, mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca per l’equilibrio perso: un filo d’alcool di troppo al palato, e i profumi così complessi che divenivano la semplice ostentazione della sua opulenza  stordente. Fino all’ultimo assaggio.

Fu una degustazione alla cieca, e quando venne il suo turno, riconoscendolo immediatamente, capii. Si tratti di piccoli limiti dell’annata o esuberante personalità, il Fiano di Avellino di Guido Marsella è unico. Unico come la Gioconda, e, piaccia o meno, tutti sognamo di andarla a vedere una volta nella vita.

È stato il primo vino che mio fratello ha messo da parte per la sua cantina. Mio fratello a cui ho cercato di trasmettere la mia passione, i valori e la cultura che un sorso di vino racchiudono, lo spirito critico per cui ogni convinzione ed opinione va provata aprendo una bottiglia, cercando di fargli capire che al di là di ogni tecnica, il vino va bevuto, apprezzando e godendo ogni singolo attimo, unico e non ripetibile, in cui si racchiudono quell’emozioni che questo essere vivente in continuo divenire, nutrimento spirituale innanzitutto, sa concedere a chi in grado di ascoltarlo.

Ed alla fine, al di là delle mie inutili chiacchiere, bevendo il fiano di Guido Marsella, lo ha capito.

 

Mauro Erro

 

 Azienda Guido Marsella: sede a Summonte, Via Marone, 1. Tel.0825.626555, fax 0825.624374. Enologo: Guido Marsella. Ettari: 23 diproprietà. Bottiglie prodotte: 20.000. Vitigni: fiano di Avellino

 

19:15 - Sep. 22, 2007 - commenti {5} - Invia un commento

Quei bravi ragazzi...

 

“...lasciare l'Italia. Dovrà venire un
giorno in cui, accanto alla tanto declamata fuga di cervelli , questo
Paese dovrà meditare sullo scontento di quelli che rimangono e
sull'irrimediabile voglia di fuga di chi ha talento!”

Stefano Salis

 

Wine-scout. Un termine che nonostante le radici anglosassoni sono sicuro sarà di immediata e facile comprensione per chiunque mi legga. Un figura di cui si sente sempre più il bisogno (o la mancanza che, poi, è la stessa cosa). Una figura che, praticamente, non esiste più nell'attuale panorama giornalistico italiano (fatta eccezione per alcuni lodevoli, talvolta dispersivi, tentativi come quello di Roberto Giuliani su Lavinium oppure in maniera più dichiarata, sistematica ed esplicita di Sangiorgi su Porthos). Eppure non più di dieci anni fa c'era un gruppo di ragazzi che più o meno (in)consapevolmente questo faceva e che per "sopravvivere" ha dovuto con gli anni mettersi a fare altro. Eh sì! Perchè se non hai alle spalle papà oppure già un lavoro ben retribuito che ti lascia lo spazio per dedicarti ad altro, scrivere di vino, ancora oggi, non ti fa campare, almeno se lo vuoi fare in maniera onesta, leale ed imparziale, scevro da ogni condizionamento o qualsivoglia forma di, più o meno velata, pressione. Anche in questo caso le eccezioni, seppur rare, ci sono. Ziliani, ad esempio, che per il suo atteggiamento polemico e "rompimaroni" ad oltranza è stato quasi recluso in una forma di isolamento forzato. Molti lo vedono, oramai, anche lui, a modo suo, schierato, dall'altra parte sì, ma comunque schierato. Chi sono, dunque, questi bravi ragazzi. Ho lungamente riflettuto prima di partorire questa mia breve riflessione ed alla fine sono giunto alla conclusione che basterà solo un nome evitando cognomi per indicare un fenomeno tanto unico quanto irripetibile. Caso ha voluto, infatti, che tutti e tre si chiamassero Luca (senza dimenticare i superstiti, i vari Max, Giancarlo, Francesco, Franco ed altri che hanno svolto e continuano a svolgere, per pura passione, un vero e proprio lavoro di scouting di aziende e di territorio, più locale e mirato, non di meno importante e significativo). La cosa bella è che questi tre Luca hanno condiviso una filosofia ed uno spirito comune pur mantenendo inclinazioni e gusti ben diversi tra loro, spesso trovandosi perfino in disaccordo ma sempre nel massimo rispetto reciproco, della propria trasparente integrità, coerenza e purezza d'ispirazione. A dimostrare che si può esser bravi seguendo ed assecondando il proprio istinto senza per forza dover addivenire ad alcuna forma di compromesso. Oggi uno è migrato al di là dell'Oceano curando l'import di vini italiani negli States, un altro è divenuto il direttore commerciale di un noto distributore di vini in Italia, il terzo fa il direttore commerciale per una storica cantina del nord Piemonte. Ormai quasi nessuno più di questi trova il tempo per scrivere salvo qualche rara apparizione su alcuni forum (frequentati sempre più da loro improbabili imitazioni, per non parlare del proliferare di blog a tema da parte di persone del tutto incapaci) oppure tramite mailing list di cui ho la fortuna di fare parte. La bravura di questi ragazzi non si è limitata all'abilità nella scrittura (cosa che si può riconoscere a molti giornalisti anche di chi non ho mai avuto o non ho più alcun briciolo di stima) ma, ritornando all'apertura di questo mio scritto, nell'andare a scoprire piccole realtà, etichette sconosciute dai prezzi ridicoli, artigiani rispettosi di un'idea naturale e sana del vino, e di averli saputi comunicare con forza e convinzione al pubblico di appassionati senza avere particolari mezzi a disposizione. Hanno collaborato (o almeno ci hanno provato) a guide e riviste prima di arrendersi all'evidenza dei fatti e, soprattutto, alle necessità economiche. Insomma come al solito i meccanismi perversi della nostra italietta (non solo del vino) hanno avuto ancora una volta ragione escludendo dal mondo della comunicazione giornalistica alcune tra le persone più capaci, preparate ed appassionate di vino e lasciandoci in balia di personaggi ridicoli impegnati nella gestione del potere ed alla conservazione di stati di privilegio. Chissà il mio ottimismo di sottofondo continua a farmi sperare in una seconda ondata di bravi ragazzi ma le nuvole all'orizzonte dicono pioggia a catinelle e chiunque abbia surfato almeno una volta nella vita sa che pioggia significa niente vento, quindi niente onde…

 

Fabio Cimmino

 

09:33 - Sep. 15, 2007 - commenti {14} - Invia un commento

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