Aggiungi un posto a tavola… all' homo sui generis



Non credevo che una cena per di più di lavoro, potesse evolversi in tal modo.

[…]

Madame…

posso: my name is Joseph but all people in the world ask me Peppeniello,

Mademoiselle…

posso: je m’appelle Joseph mais tout le monde français m’appelle Peppeniello

Mujere - hermosa…

posso: Jo me Llamo Josè ma todos en Espagna me Llaman Peppeniello

Signorina…posso:

mi chiamo Giuseppe ma tutti qui mi chiamano Peppeniello, con affetto, però.

Siete italiana! Menomale, se eravate tedesca stavo rovinato, questa lingua non la conosco, non la riesco proprio a pronunciare.

Non voglio soldi, non voglio sigarette, non voglio annoiarvi.

Siete in compagnia di questo bel giovanotto che vi guarda con aria “nnammurata”, permettetemi: anch’io vi guarderei così, siete bella come una rosa.

Credetemi sulla parola, non lo dico a tutte le donne, anzi, vicino a quelle brutte non ci vado proprio.

La bruttezza mi infastidisce, che ci devo fare e poi mi si fanno gli occhi rossi, sarà una reazione?

Posso sedermi così vengo al dunque!

State bevendo?

Vino eh?

Aglianico eh?

Sono al tavolo giusto, a quanto pare, qui ci si tratta!

Voi due mi piacete, non siete come quelle persone come dire: nordiche, straniere, scorbutiche e quindi ve lo dico in sincerità: mi piacerebbe bere un bicchiere di vino, come questo che state bevendo voi, per esempio.

Mi piacerebbe fumare una sigaretta, le vostre, per esempio le preferisco, e infine a fronne è limone  e con ispirazione, vi canto pure una canzone, napoletana, s’intende.

Nel mondo, dico nell’universo, chi è che non le conosce? O mi sbaglio?

Lo sapete che sono andati sulla Luna e adesso vanno pure su Marte?

Statemi a sentire quelli, le portano pure là le canzoni napoletane, che vi credete.

Vi piace: Passione?

Mi sa che è proprio la vostra canzone signorina, perché si vede che siete signorina.

Voglio dire, non ancora sposata, piena di passione; le sposate non lo so perché, ma la perdono

non ce l’ hanno più negli occhi, i vostri invece… benedico!

Io a differenza degli altri, dei miei amici intrattenitori, mi pongo in una maniera elegante.

Non sono invadente, non do fastidio anzi, posso farvi divertire e pure un poco intristire, raccontandovi la mia vita, che è lunga, ma di bottiglie ce ne vuole più di una, se la volete sentire.

Fidatevi è avvincente, meglio dei fotoromanzi!

Quella sera, quarantacinque minuti a cena in compagnia di Peppeniello, due bottiglie di aglianico, un piatto di ziti “spezzati” al ragù, melanzane a funghetti, sette o otto sigarette, grasse risate e qualche lacrima tenuta a freno nei miei occhi, quando i suoi si riempivano.

La mia città e i suoi dintorni hanno sempre la capacità di farmi sospirare, le storie della mia gente hanno un taglio trasversale, non c’è che dire, è proprio così.

Nelle vecchie trattorie oltre ai cosiddetti “posteggiatori”, ovvero coloro che, armati generalmente di chitarra, ti intonano canzoni mentre tu sei intento a riempire la bocca (delle radio umane, dove la frequenza è sintonizzata su: le donne, gli amori, i tradimenti e l’alleria), ti capita d’incontrare anche parolieri come Peppeniello.

Ritornando alla serata, quello che più ha suscitato interesse in me, è stato: il fotoromanzo.

Mi è passata davanti agli occhi l’immagine di me, bambina.

I fotoromanzi?

E chi ne parla più, chi li nomina più.

Io ricordo quelli che leggeva mia madre seduta sul divano: Bolero, Tipo, Sogno ed il mitico Grandhotel.

Ebbene si, in casa giravano i fotoromanzi di mia madre e i fumetti di mio padre, che aveva un’adorazione particolare per Martin Mystere, il biondo detective dell’impossibile.

I fotoromanzi, immagini fisse, statiche, su carta, con annessa nuvoletta come espressione verbale del sentimento.

La serata è andata avanti su discorsi come: Grande Fratello -che lui chiamava la macchina umana con l’occhio sul culo-, Soap opera, Fiction etc.

Peppeniello era informatissimo, preparatissimo sul mondo della televisione, anche se continuava a preferire i fotoromanzi, diceva, che sognava di più.

Si immaginava le scene e se erano d’amore, l’attore protagonista diventava lui.

Ha concluso la serata dicendoci: Signorina, per sognare non bisogna pagare nessuno, non bisogna dirlo a nessuno se non vi va, e nessuno vi può cambiare il sogno, è solo vostro e lo fate terminare come volete voi.

La vera libertà sta nei sogni e nel vino, perché pure il vino, vi fa sognare!

Pure il pittore, quello spagnolo, Salvatores Dalias non c’ha messo tutto nei sogni?

Ho conosciuto un rapsodo, un aedo, quella sera, mi son detta.

Una magnifica anzi, un’immaginifica serata, è stata quella vissuta in sua compagnia.

L’unico neo per Peppeniello e non per noi, è stato scoprire a fine pasto che il mio cavaliere, in realtà, era dama quanto me!

Dovevate vedere i suoi occhi…

Si è allontanato scuotendo la testa da sinistra verso destra,( mio padre fa così quando una cosa proprio non la comprende- non ci riesce) e sorridendo si ripeteva:

Avessi quarant’anni in meno…

Avessi quarant’anni in meno…

…la mente è andata subito verso una delle mie canzoni preferite che canta più o meno così:

la sensualità delle vite disperate!

Libere “visioni” a tutti


Antonella Padulano


Guarda il video: Antico documentario su Napoli
(è scomparso il video !?!)

 

18:20 - Nov. 15, 2007 - commenti {4} - Invia un commento

Terra di Lavoro 2005: Elogio dell'incapacità

 

 

Caro Mauro non so quanto una lettera possa diventare un "pezzo" giornalistico o viceversa, so solo che quella della lettera rimane una delle forme più colloquiali e sane per poter esprimere impressioni e sensazioni. Soprattutto per poter spiegare un perché. Perché ritornare su certe etichette, ancora una volta, per esprimere le proprie perplessità, correndo il rischio di apparire eccessivamente ed inutilmente polemico e dissacrante, non vuol significare assolutamente accanimento ma più semplicemente la voglia di capire qualcosina in più, comprendere se stessi ed il proprio rapporto con il vino attraverso l'introspezione di una bevuta. Dove sono, a che punto siamo. Terra di Lavoro non mi piace più, già da un bel po’, eppure continuo a comprarlo ed a berlo. Dell'ultima annata in commercio, quella che mi ha stimolato in queste riflessioni (il che è già qualcosa), ho impiegato diversi giorni per finirne una bottiglia, anzi ti dirò la verità, un generoso fondo è ancora lì sul tavolo, sottolineando, tra le altre, la sua incapacità di farsi bere. Perché, ti chiederai, continuare a comprarne, allora, ed insistere a bere un vino che non mi piace più. Non sono masochista e questo vino l'ho amato a lungo, o almeno pensavo. Così come quando finisce l'amore con un donna e non si riesce ad accettare che è finita. Forse, oggi mi rendo conto, si trattava solo di un'infatuazione passionale e, per quanto travolgente, durata giusto un battito di ali, poco più. Ricordo ancora il primo assaggio anche se non ricordo più con sicurezza quale annata fosse, ricordo solo che mi fu offerto (e quasi non mi sembrò vero) sei o sette anni fa. Mi colpì quella sua potenza ruggente, sudista, quella forza ruspante e selvaggia che trasudava da ogni goccia di quel liquido con una nobiltà d'animo ed una rudezza espressiva degna di un grande rosso contadino. Emozioni distorte dai ricordi sfumati dal tempo. Può essere, semplicemente, che, oggi, sono io ad essere cambiato e non il vino e che pure se recuperassi bottiglie di quell'annata (una volta stabilito con certezza di quale si trattasse) è probabile che rimarrei comunque deluso. Chissà. Quando mi chiedono come è il Terra di Lavoro non so più cosa dire, cosa rispondere. Divento incapace, più di quanto non lo mi senta già normalmente. Inizio ad avvitarmi in una serie di improbabili ed infinite perifrasi. E' impressionante, muscoloso... sì ma troppo "crudo. Esuberante, intenso... sì ma manca di quell'alito che lo renda vivo, pulsante, caldo, partecipativo e coinvolgente fino in fondo. Non sono capace di descriverlo perchè non so neanche io cosa, questo vino, sia veramente o sia diventato. Dal 2000 ad oggi qualcosa è cambiato, progressivamente. Sarebbe troppo facile imputare il cambiamento alle bizze climatiche piuttosto che all'enologo sempre più impegnato su altri, troppi, fronti. Già l'enologo, famoso, influente ma anche tecnicamente indiscutibile, chi pensa che anche nei suoi confronti ci sia da parte mia una sorta d'accanimento terapeutico si sbaglia. Non condividere uno stile di vino, una certa idea di fare vino, non significa fare la guerra a nessuno né tantomeno avere pregiudizi. Del resto non starei a comprarlo ed a berlo ancora, tutti gli anni, questo vino se non sentissi sempre accesa ed indispensabile la necessità del confronto. Dovrei (dovremmo?) pur essere orgoglioso che un vino campano sia da tanti anni ai vertici della produzione italiana e mondiale. Eppure non ci riesco non è questa l'immagine del vino e dei vitigni campani che vorrei far conoscere fuori dai confini della nostra regione. Un po’ come se l'Italia vincesse ai mondiali con un allenatore straniero ed undici oriundi. C'è poi un'incapacità di questo rosso. Quella di farsi inquadrare, una sfuggevolezza che non sa di austerità o complessità. Una sfuggevolezza che sa di incompletezza.  Vorrebbe essere un potente taglio bordolese ma aglianico e piedirosso non sono merlot e cabernet, Roccamonfina non è Pauillac, può imitarne la struttura non l'eleganza. Dovrebbe mostrare al mondo la sua inconfondibile matrice vulcanica (quella urlata ed incontenibile degli esordi?) ed invece la sua natura magmatica, anno dopo anno, rimane sempre più confinata e sacrificata sull'altare dell'estrazione spinta e di un'impronta fumè che sembra sempre più il frutto di una tostatura da rovere che delle ceneri di Sessa Aurunca. Vorrebbe essere perfetto ed invece questa sua estenuante ricerca di perfezione sembra ormai diventato il limite invalicabile al suo raggiungimento. Crudo, vegetale (quel peperone grigliato che con gli anni è divenuto odioso timbro distintivo). Acido-amaro e spento perché privo dell'indispensabile soffio balsamico. Si farà, e già, cosi dicono critici ed esperti, con il tempo si farà. Eppure come possano esserne così certi rimane un mistero. L'incapacità illuminata delle guide. Continuano a premiarlo, venerarlo, glorificarlo senza poter dare alcuna garanzia sul futuro di queste bottiglie che la più vecchia ha solo un decina d'anni d'età. Non dovrebbero fare le guide questi signori ma i veggenti. Sicuramente, visto i tempi che corrono, guadagnerebbero di più. Dobbiamo aspettarlo senza sapere quanto dobbiamo aspettarlo. Eppure, nonostante tutto questo mio sragionare, sai che non mi verrebbe mai di sconsigliarne l'acquisto per suggerire di spendere meglio i soldi, tanti, che occorrono per aggiudicarsi una bottiglia. Non mi sento di farlo. Se di soldi ne avete e non sapete cosa farne penso che anche un rosso come questo possa rappresentare una tappa, una fermata, un passaggio obbligato da percorrere lungo il cammino per conoscere il vino. Ecco ritornare la mia incapacità a raccontare e l'incapacità di questo vino a farsi raccontare...non mi resta che augurati buona domenica!

 

Fabio Cimmino

11:12 - Nov. 4, 2007 - commenti {0} - Invia un commento

Faster Pussycat, Kill! Kill!

Inviato in Visioni...

 

Signori e signore, benvenuti alla violenza. Sebbene la violenza si mascheri dietro un’infinità di pretesti, il sesso resta ancora oggi uno dei suoi pretesti preferiti.[…] La violenza non è solo distruzione, ma anche provocazione.

 

Considerate che siamo nel 1966, ancora prima che la rivoluzione studentesca, Playboy, il movimento femminista e la golden age del cinema porno rompessero una serie di tabù, emancipando le donne e ponendo le basi per la parità sessuale.

Russ Meyer anticipa tutti. Il suo ultimo film in bianco e nero diventerà un cult del cinema, citato e copiato nel tempo: qui mi sovviene il beneamato Tarantino nel suo ultimo (abbastanza deludente) lavoro Grindhouse. Gli indredienti sono pochi, ma efficaci: 3 spogliarelliste superdotate (e con le proprie grazie in bella mostra), tanto sensuali quanto decise, accattivanti e meschine, ciniche e dedite alla velocità; con esse 3 auto sportive, che regalano polvere a chi tenta di seguire la loro scia.

 

 

Il connubio è perfetto: sesso e motori. Ma il tutto non ha senso di esistere se non in funzione della violenza, che resta il tema centrale del film. I ruoli però questa volta si invertono: e allora non è più il solito rapporto di forza “potente-debole” alias “uomo-donna” che si descrive, ma quest’ultima diviene tristemente protagonista, predatrice, violenta, sanguinaria, ispirata dalla sete di velocità e vendetta, tesa ad eguagliare l’uomo nei suoi più brutti primati. Ma anche questo volle il femminismo, almeno nelle sue declinazioni più sterili e Tura Satana (che interpreta magicamente Verla) ne divenne, non a caso, un’icona.

 

 

Tanto triste quanto eccitante: il ritmo è serrato, le musiche accompagnano bene le scene e le tre donne  sono uno spettacolo sexy cui nessun uomo può resistere. La trama si dipana con scorrevolezza e ci offre in dono un contraltare (maschile) rappresentato da un “vegetale” che nonostante i muscoli non riesce ad avere la meglio su Verla in una delle scene più belle del cinema, da un vecchio misogino e storpio, e da un terzo sensibile e innocuo uomo, che per quanto encomiabile, risulta comunque debole, salvato in fine comunque da una donna.

Esaltazione della donna. O di essa quando comanda.

Forse.

Alla fine però Verla muore…

 

Roberto Erro 

10:00 - Oct. 23, 2007 - commenti {2} - Invia un commento

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